Relazioni internazionali

COVID-19: il virus della democrazia?

Il virus della democrazia

In uno stato di emergenza nel quale tutti ci ritroviamo a vivere, uno dei punti chiave, su cui il dibattito è aspramente acceso, verte su una semplice ma fondamentale domanda: chi sa gestire meglio l’emergenza pandemica in corso?

Quando definisco la domanda “semplice” sono consapevole di correre il rischio di cadere nel paradosso, in quanto gestire una situazione così delicata può essere definito in molti altri modi fuorché semplice. Tuttavia, se diamo uno sguardo alle risposte semplicistiche date, allora l’aggettivo, forse, risulterà appropriato. La Cina ha attuato un notevole sforzo di contenimento del contagio tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definito “il contenimento più ambizioso, agile e aggressivo della storia”. Le autorità cinesi hanno immediatamente tradotto questa dichiarazione in una lode incondizionata per il loro leader, Xi Jinping, il quale, a loro avviso, è l’unico rappresentante politico in grado di tener sotto controllo una pandemia di così rapida espansione. Un uomo “di polso”, lo definirebbero alcuni. Sarà davvero così?

Ad accompagnare questa visione, c’è quella dell’opinione pubblica, sempre più orientata a concepire una forma di governo totalitaria come l’unica strada da percorrere per poter ottenere dei risultati positivi e per poterli ottenere subito.

L’accostamento autoritarismo/efficienza non è circoscritto soltanto alla Cina ma, dando uno sguardo più ampio, su scala globale, gli esempi sono molto numerosi.

Nel vecchio continente e più in particolare in Ungheria, il presidente Orbán acquisisce i pieni poteri, concessi dallo stesso Parlamento, in Polonia i partiti ultracattolici approfittano per rinvigorire la loro campagna contro  l’aborto e l’educazione sessuale, in India il primo ministro Modi ha messo in atto una vera e propria persecuzione a danno della minoranza musulmana del Paese, in Kenya e in Nigeria la polizia e i militari abusano fisicamente chiunque dia l’impressione di non adeguarsi rapidamente alle norme di distanziamento sociale, in Israele il primo ministro Netanyahu ha lanciato un programma di sorveglianza di massa, in netto contrasto con la libertà di movimento dei cittadini, in Cambogia il governo ha indetto lo stato d’emergenza senza limiti temporali, il quale prevede la censura dei mezzi di informazione e dei social media. La lista va avanti, ma non credo sia necessario continuare.

È evidente. Le autocrazie di tutto il mondo sanno il fatto loro. Si evincono chiaramente le loro capacità gestionali della crisi. Un modello da prendere come esempio.

Adesso è arrivato il momento di porre fine al sarcasmo.

Gli autoritarismi pongono in essere provvedimenti e fanno delle scelte politiche che esulano completamente dall’emergenza pandemica, nonostante tali misure vengano definite come “necessarie”. Negli esempi sopra riportati, non c’è alcun segnale di intervento al fine di ridurre il contagio ma, al contrario, è molto visibile un abuso di potere da parte di tutti quegli organi preposti a farlo.

Quello che deve rappresentare per noi un allarme non indifferente è il seguente fattore: l’emergere delle autocrazie a livello mondiale deriva da un processo di sedimentazione molto più lungo e complesso. Deriva da un percorso storico e dinamico che lo studioso Fernand Braudel definiva “longue durée”, all’interno del quale i cambiamenti sono impercettibili nell’immediato ma molto significativi a lungo termine. Un processo di sedimentazione di ideologie nazionaliste e xenofobe che, non solo sono da sempre presenti nei programmi politici di queste figure autoritarie, ma trovano nella pandemia da coronavirus un terreno fertile e un’occasione da non perdere.

D’altro canto, la risposta delle democrazie a queste violazioni è stata molto debole, se non impercettibile. La dicotomia democrazia/totalitarismo va sempre più sostituendosi con la dicotomia equivalente di inefficienza/efficienza. Non sarà questo un approccio troppo superficiale e semplicistico?

È evidente che i tempi democratici siano molto più lunghi dal punto di vista del processo decisionale ma, proprio per questo, sono arricchiti dal dibattito, dal confronto tra diverse parti, dal privilegio del dubbio: tutti elementi che fanno si che una democrazia possa essere denominata tale. Nella lotta al COVID-19 dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere la democrazia e in maniera più specifica, è necessario riconoscere che, sotto molti aspetti, la salute pubblica e la democrazia stessa siano due fronti della stessa battaglia. Basti pensare alla risposta statunitense. Nonostante possa considerarsi la prima vera democrazia al mondo, è proprio il settore sanitario a risentirne maggiormente. La privatizzazione della sanità non ha fatto altro che evidenziare il divario sociale presente nella società statunitense, all’interno della quale essere affetti da coronavirus o qualsiasi altro tipo di patologia non garantisce una cura sicura ed immediata. Il fallimento dei diritti sociali, e in questo caso specifico, del diritto alla salute, va di pari passo con il fallimento del welfare state. Quest’ultimo, a partire dagli Stati Uniti ma non solo, è stato sostituito progressivamente dal cosiddetto “workfare” o “workfarismo”, secondo cui, ad ogni servizio essenziale deve essere corrisposta una prestazione lavorativa e quindi, se non si rientra in una certa fascia di reddito, per accedere alle cure è necessario lavorare. Nel frattempo, non solo si priva l’individuo di un diritto, ma soprattutto si calpesta la dignità umana.

La questione relativa al sistema sanitario non è esente da problematiche di questo genere neppure in quei contesti democratici nei quali il diritto alla salute è garantito costituzionalmente. La Costituzione italiana, ai sensi dell’articolo 32, primo comma,  sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Nel nostro paese, nonostante ci sia questo caposaldo della democrazia ben evidenziato nel testo costituzionale, le differenze di trattamento tra individui sono state riscontrate e non solo sulla base del reddito. Sembra che non essere affetti da coronavirus sia una discriminante per l’accesso al pronto soccorso. Non sono stati pochi i casi in cui persone affette da altre patologie sono state costrette a tornare a casa, in attesa del risultato del tampone. Quindi, facendo un quadro della situazione, la carenza di infrastrutture sanitarie e di organizzazione all’interno di queste, costa la vita di chi non ha contratto il virus. Potremmo definirlo un sistema sanitario differenziato, in cui la differenziazione avviene tra i pazienti e non nella fruizione del servizio. Questo non è accettabile, mai, tantomeno durante una pandemia.

Democrazia è tutela dei diritti di ognuno. Tutela sostanziale dei diritti di ognuno. Non possiamo fermarci alle disposizioni costituzionali, dobbiamo pretendere che quelle disposizioni vengano poste in essere. Preservare la democrazia, oggi, significa anche preservare tutti noi. Probabilmente, in questa circostanza, lo stato democratico non sembra prioritario ma, se scavassimo più in profondità, capiremmo che lottare contro gli attacchi antidemocratici significa lottare per quei diritti che sono stati definiti “naturali” e quindi, per quei diritti che non necessitano di essere concessi ma di essere riconosciuti.

Immaginate che la democrazia sia qualcosa in più di mero sistema di governo. Immaginatela come concezione del mondo. Vista in questa ottica, in qualche modo, potrebbe risultare qualcosa di molto più vicino a voi, qualcosa di molto vicino alla vostra libertà. Se non facciamo caso adesso a tutto ciò, rischiamo di renderci conto dei mutamenti che si stanno verificando troppo tardi. Il pericolo, purtroppo, sarà quello di non poter più vedere la realtà allo stesso modo.

2 pensieri su “COVID-19: il virus della democrazia?

  1. Di esempi ce ne sono davvero tanti.In Francia le prime scuole a riaprire sono state le materne e le elementari lasciando tuttavia la “libertà”di scelta ai genitori. Una scelta obbligata per chi non può permettersi baby sitter.E anche da noi si è evidenziata tutta la debolezza di un sistema sanitario che sconta almeno 10 anni di tagli in finanziaria e sono emerse le diseguaglianze sociali a partire dai precari che non hanno proseguito in video-conferenza le loro mansioni in nero.Brava Mariangela , sei riuscita a cogliere tutta la complessità di una democrazia sotto attacco. Ma sarò sempre ottimista fino a quando ci sarà qualcuno che se ne accorgerà.

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