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L’Era Glaciale dei dialetti

L'era glaciale dei dialetti

Spesso si pensa che il dialetto sia un sottoprodotto della lingua dominante, una piccola realtà locale destinata a scomparire sotto i colpi dell’italianizzazione sempre più pressante. Ma quanto di tutto ciò è vero?

di Francesco Morano

Prima di addentrarci in un mondo situato al confine tra sociologia, geo-politica e linguistica è bene sfatare alcuni miti che col tempo si sono consolidati nella cultura di massa.

  1. Il dialetto non è una lingua perché le regole grammaticali e il patrimonio lessicale non sono definiti in maniera chiara.

Non è esattamente così. Se è vero che la maggior parte dei dialetti non ha la fortuna di essere documentata tramite grammatiche ufficiali, molte lingue straniere (diffuse specialmente in Paesi con un basso tasso di scolarizzazione) sono utilizzate prettamente nella loro forma orale. Ciò significa che non hanno una struttura fissa ma piuttosto mutano nel tempo in base alle necessità dei parlanti e senza lasciare tracce scritte. L’obiettivo principale di una lingua è infatti quello di comunicare un messaggio che risulterebbe altrimenti intrasmissibile, una funzione che anche i dialetti hanno svolto nel corso del tempo e che, seppure in una percentuale più bassa, continuano a ricoprire. 

  1. Il dialetto si differenzia dalla lingua in base al numero di persone che lo conoscono e utilizzano. 

Mentre in questa affermazione c’è una parte di verità, nel complesso siamo ancora lontani da una definizione soddisfacente e globalmente valida. Pensiamo ad esempio al friulano, che nel 1999 con la legge “482/1999”, è stato riconosciuto ufficialmente come lingua propria insieme ad altri 11 gruppi linguistici di minoranza. È una lingua con un totale di locutori stimato intorno ai 600.000, meno della metà della popolazione regionale, eppure si insegna nelle scuole, si traducono libri, si scrivono canzoni e si usa regolarmente per i cartelli stradali e per alcune indicazioni negli uffici. Se il criterio di definizione di una lingua fosse dunque basato sui numeri, dialetti parlati in città che superano il milione di abitanti come Roma, Napoli e Milano dovrebbero venir automaticamente riconosciuti come lingue indipendenti. Eppure sappiamo bene che non è così.

  1. Quelli che parliamo sono dialetti dell’italiano.

Alla base di questo luogo comune c’è un errore di concezione dell’italiano. La nostra lingua nazionale, che tutti conosciamo come l’evoluzione del volgare fiorentino, è infatti essa stessa un dialetto, un particolare tipo di toscano utilizzato nella letteratura trecentesca (quella di Boccaccio e Petrarca, per intenderci) ed elevato in seguito allo status di lingua ufficiale. Risulta quindi ovvio che i dialetti parlati in Puglia o in Sardegna non sono “discendenti dell’italiano”, ma si sono sviluppati nel tempo assorbendo e integrando grammatica e lessico dei popoli che hanno abitato quelle terre nel corso della storia. Esempio ne è la minoranza catalana (anch’essa riconosciuta formalmente dallo Stato Italiano) d’istanza nella Sardegna nord-occidentale, nel comune di Alghero, le cui origini risalgono al XIV secolo con l’annessione della città alla corona aragonese. Per fare ancora un esempio, penso al dialetto del mio paesello in Lucania, Montescaglioso, situato in una regione storicamente dominata dagli spagnoli. Ancora oggi, oltre 200 anni dopo la fine del dominio borbonico restano termini di chiara matrice iberica come sartàscn (padella, in spagnolo sartén) o làbs (matita, in spagnolo lápiz).

Cos’è quindi un dialetto, e cosa lo distingue da una lingua ufficiale?

Giulio Soravia, docente di glottologia e lingua e letteratura araba presso l’Università di Bologna, definisce il dialetto come “variante di una lingua che condivida abbastanza elementi con essa da non poter essere considerata una lingua diversa”. Un concetto non particolarmente immediato, ma che ci permette di muovere un primo passo verso una basilare comprensione del problema.

In Italia oltre alla lingua ufficiale e le 12 minoranze sopracitate, si contano innumerevoli dialetti che variano di paese in paese, creando un reticolato di culture e identità locali più o meno sentite. Ciò che separa tutte queste piccole realtà dalle più formali “lingue ufficiali” sono generalmente una spinta e un interesse di tipo sociale ed economico. È infatti il riconoscimento politico che rende un dialetto “lingua” e non si tratta, come spesso si pensa, di diffusione, estensione e produzione scritta dello stesso, le quali sono piuttosto una conseguenza della condizione di ufficialità. Mentre le comunità friulane, ladine, catalane, ecc. si sono impegnate affinché il loro idioma potesse essere riconosciuto in forma ufficiale, nella maggior parte dei casi non si sente questa necessità né ci si organizza in modo tale da poterla ottenere (resti bene inteso che il processo rimane molto complesso, non basta l’interesse di poche persone). 

Lo stesso discorso è valido per tutte le lingue del mondo; mentre i numeri riportati da Ethnologue, uno dei più autorevoli progetti di ricerca linguistica, si attestano intorno ai 7000, le varietà dialettali sono innumerevoli ed impossibili da studiare, tanto per motivi di difficoltà pratica quanto per motivi di interesse.

Il futuro dei dialetti

I nostri dialetti sono quindi destinati all’oblio? Anche questi brandelli di passato verranno livellati dal rullo compressore della globalizzazione? Non lo sappiamo. Il ciclo vitale delle lingue è molto complesso e pieno di variabili incalcolabili; dipende sicuramente dall’uso che se ne farà, dalla funzionalità pratica delle stesse, dalla loro diffusione e da altri mille fattori. Senza dubbio la globalizzazione è una minaccia per le piccole realtà locali (benché l’utilizzo di lingue franche non sia certo una novità) in quanto ci allontana dalle nostre radici, catapultandoci, non senza una certa violenza, in realtà molto più grandi. L’italianizzazione forzata poi, avviata sotto il regime fascista e diventata sempre più capillare col passare del tempo, è un altro pericolo, specialmente perché non contempla la possibilità di una pacifica convivenza tra l’italiano e il dialetto. Ad oggi, specialmente ai bambini, viene presentato un aut-aut, una dicotomia inconciliabile tra la lingua pura, scolastica, ingabbiata dalle regole grammaticali e il dialetto, fatto passare come volgare e sguaiato. Lo scrittore napoletano Erri De Luca, nella sua autobiografia “Napòlide”, ci ricorda che “chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze”, un pensiero che, sebbene infarcito di un certo sentimentalismo, ci riporta alla mente il legame che abbiamo con il nostro micromondo. Come singoli possiamo tenere vivo il nostro passato linguistico praticando i dialetti, parlandoli e cercando di preservarne l’importanza storica. Non sarà forse abbastanza per salvarli dall’oblio un giorno, ma sicuramente l’interesse è capace di grandi cose.

“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria” – Goethe

7 pensieri su “L’Era Glaciale dei dialetti

  1. Di probabile origine origine spagnola è anche la dualità tra i verbi “stare” ed “essere” oltre a un’innumerevole mole di vocaboli come quelli sopraccitati a cui aggiungo “maffton” imparentato allo spagnolo ” bofetón”

    1. Caro Andrea, innanzitutto ti ringrazio per l’interesse e per il commento.
      Premetto che non sono un linguista né un esperto, quindi ciò che ti dirò è frutto della mia opinione arricchita da qualche ricerca; se hai fonti che possano smentire quello che dico, ben venga, come detto nella nostra presentazione, la Corte di Federico è sempre aperta al dialogo.
      Mentre posso vedere un’influenza dello spagnolo per quanto riguarda il termine “maffton”, come da te affermato, mi risulta più difficile credere all’influsso iberico sui verbi “essere” e “stare”.
      Facendo una rapida ricerca sulla Treccani si evince infatti che entrambi questi verbi sono di origine latina, per cui sono stati adottati da entrambe le lingue a partire da una stessa fonte, evolvendo nel tempo e assumendo sfumature diverse.
      Tramite un sistema di ricerca basato su un corpora di Google, ho inoltre appurato che entrambi i verbi erano in uso (già nella forma italiana attuale) in tutta Italia già nel 1500. Stessa cosa per lo spagnolo, solo che il verbo “estar” risulta molto più comune rispetto alla sua controparte italiana.
      Questa diversa frequenza d’uso è probabilmente data dalla funzione che il verbo assume; mentre in spagnolo infatti anteporre “estar” davanti a un aggettivo indica una condizione momentanea (hoy está guapo / es guapo), in italiano questa sfumatura svanisce (oggi è bello / è bello ), rendendone l’uso più limitato.
      Abbandonando quindi l’idea di un’influenza su scala nazionale, potrei essere d’accordo nel dire che l’italiano regionale presenta, in maniera sporadica, l’utilizzo “spagnoleggiante” di questi due verbi.
      Potrebbe essere comune ad esempio sentire: “Sta a casa tuo padre?” “No, sta dal dottore”. In questo caso, mentre la regola dell’italiano standard prediligerebbe il verbo essere, si adotta “stare”. Un caso simile potrebbe essere quello di: “non tengo una lira”, dove il verbo “tenere” è usato per esprimere possesso.

      Spero di essere stato abbastanza esaustivo e chiaro nell’esposizione del mio punto di vista. Ancora una volta, ti prego di prenderlo con le pinze, in quanto non sono qualificato a fare congetture del genere.
      Grazie per aver sollevato la questione e buona serata.

  2. Il tuo bel lavoro mi porta a riflettere sul concetto dell’avanzamento – credo inevitabile, e in progressione sempre più serrata – dall’italiano sui dialetti. Se dalla metà del secolo scorso fu la televisione ad avere un ruolo didattico su un grande pubblico (comunque passivo), cosa ne pensi del ruolo che hanno oggi i social, mezzo di scambio di parole prediletto per tutte la fasce di popolazione? Sono veloci, inclusivi, facili e soprattutto il fruitore è soggetto attivo, addirittura per iscritto (e per questo quasi sicuramente non in dialetto). C’è da sperare che l’attaccamento all’universo personale rimanga una roccaforte salda anche per il futuro. Grazie mille.

    1. Buona sera, innanzitutto grazie per l’interesse.
      Mi trovo d’accordo nel dire che la televisione (specialmente negli anni ’60, con le lezioni del maestro Manzi) abbia giocato un ruolo fondamentale al lato della scuola nel combattere l’analfabetismo, funzione che negli anni è venuta meno ed è stata soppiantata dalla tendenza all’intrattenimento di massa. Ad oggi infatti è molto più facile reperire “programmi-spazzatura” che trasmissioni culturali; sebbene alcuni canali tengano vivi i secondi, i numeri sono nettamente a favore di “ciò che piace”, in termini di offerta, in un mondo, quello della televisione, che è comunque relativamente controllato.
      I social invece sono molto più liberi e la circolazione di contenuti è limitata da pochi fattori, principalmente di carattere etico e morale. È quindi molto più facile reperire materiali di qualsiasi genere, validi e meno validi (da ciò nasce la piaga dilagante delle fake news) e la libertà di espressione è quasi totale.
      A livello linguistico direi che la pretesa di globalità che questi mezzi hanno è in netto contrasto con la specificità dei dialetti; è infatti molto più frequente l’influsso di anglicismi, termini che spesso soppiantano le controparti italiane (un esempio lampante è la quantità di termini di origine inglese che si sta usando in questa situazione di emergenza; lockdown, smart working, FAQ, ecc.).
      Per concludere direi quindi che i social sono in qualche modo un’arma a doppio taglio; se da un lato ci permettono di integrarci più facilmente in una società multiculturale, dall’altro rischiano di farci perdere di vista la nostra realtà locale. L’aspetto dei dialetti, specialmente quando tralasciato dalle istituzioni, deve essere curato piuttosto a livello locale, con iniziative mirate e valide. Un primo passo magari potrebbe essere smettere di etichettare negativamente il dialetto e iniziare a spiegare come, in alcuni contesti, la lingua vernacolare sia importante quanto l’italiano.
      Buona serata.

  3. Grazie per aver scritto su questo argomento. Proprio ieri riflettevo sul fatto che alla mia generazione (1956) era severamente vietato parlare in dialetto, perche’ si doveva promuovere l’ uso e la diffusione dell’italiano. Guai a scuola! Le maestre invitavano i genitori ad evitare di parlare il dialetto in casa. Il risultato e’ che io so pensare in dialetto, ma non lo so parlare. La lingua dialettale e’ l’identita’ di una comunita’ e va recuperata e salvagurdata.

  4. Caro Francesco, innanzitutto ti faccio i miei più sinceri complimenti per l’articolo interessante e ben scritto. Ma non avevo dubbi! Tuttavia sarebbe bello approfondire sul futuro e sul recupero dei dialetti. Il dialetto è quello strumento linguistico che ha anche una connotazione espressiva oltre che comunicativa e che rimanda alla condizione di lingua di primo apprendimento. Per il contesto di intimità in cui avviene, la lingua trasmessa si carica di un profondo senso di affettività e di intimità, e la lingua di primo apprendimento diventa, immediatamente, lingua del coinvolgimento emotivo, e in questa forma si sedimenta nella personalità del parlante. La componente di “calore” che ognuno di noi individua nell’uso del dialetto dipende proprio dal fatto che il dialetto è stato per secoli la lingua della prima socializzazione, consolidandosi poi in questa veste per il suo radicamento nella dimensione affettiva della famiglia. Questa veste che ricopre la nostra prima lingua rappresentata: il dialetto, ci porterebbe a recuperarne la sua valenza socializzante e comunicativa ma anche di appartenenza ad un territorio circoscritto rispetto all’italiano
    che nasce e si sviluppa invece come lingua “non popolare”, e che viene appresa a scuola, in assenza di ogni rapporto di affettività.
    Interessante la famosa frase del poeta friulano:
    “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà.“
    P.P. Pasolini.
    Un caro saluto e in bocca al lupo per il blog e i tuoi studi.
    Keep in touch.

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