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La lingua del denaro

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Il denaro, si sa, spesso parla al cuore degli uomini.
Il denaro crea possibilità, realizza e distrugge sogni, è la gioia e la disperazione della gente, unisce e soprattutto distrugge.
Un’altra sua funzione, che spesso agisce in maniera inconscia, è quella comunicativa.
Cerchiamo quindi di capire come i governi, dai Greci in poi, abbiano usato un oggetto vitale, il contante, per farsi propaganda.

di Francesco Morano

Il contante, che sia esso spicciolo o in cartamoneta, è una costante della nostra vita quotidiana (sebbene ultimamente si tenda alla digitalizzazione) e proprio per questo tendiamo a non curarci troppo della sua estetica. Probabilmente sappiamo che su alcune monete c’è Dante e su altre c’è il Colosseo, ma il tutto passa in secondo piano di fronte all’aspetto pratico del denaro, quello dei pagamenti. Eppure non è sempre stato così.

Le monete così come le conosciamo oggi furono introdotte nel V secolo a.C. dai Greci e dai Persiani, sostituendo il baratto. Proprio perché dovevano rimpiazzare un sistema basato sul valore dei materiali scambiati, sin da subito si decise di coniarle con metalli preziosi, ovvero rame, bronzo, argento e oro. Questa tendenza a mantenere il valore intrinseco delle monete (quello dato dal metallo) è stata poi portata avanti in maniera sostanziale fino alla Seconda Guerra Mondiale, dopo la quale si è passati a monete principalmente fatte di “metalli poveri”. Già nel ‘700 però, la Corte francese si era trovata a dover fronteggiare grossi buchi di bilancio e aveva escogitato la soluzione delle banconote, un oggetto di scambio che aveva un costo pari a zero per le zecche statali e che permetteva di mettere in circolazione più denaro.

Tornando al fattore comunicativo delle monete, quando è che gli uomini del potere hanno colto le immense possibilità che queste offrivano?

Sebbene sia quasi impossibile definire un momento esatto sulla linea del tempo, si pensa che il denario coniato da Bruto nel 42 a.C. per celebrare le “Idi di marzo”, ovvero l’uccisione di Gaio Giulio Cesare, sia il primo esempio di utilizzo di una moneta come “propaganda personale.”

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Denario, 42 a.C. Celebrazione Idi di marzo.

Dopo questa prima “rottura del ghiaccio”, gli imperatori romani iniziarono a impiegare la moneta per far conoscere se stessi e le loro imprese ai cittadini, riuscendo così ad arrivare, in un periodo in cui i mezzi di comunicazione erano estremamente limitati, in ogni angolo dell’impero.
Un esempio lampante è questo denario coniato durante l’impero di Cesare Augusto, nel 7 a.C., sul quale vediamo rappresentato un barbaro (probabilmente un Gallo o un Germano) che tende il proprio figlio verso l’imperatore, in segno di sottomissione.

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Denario, 7 a.C. Sottomissione di un barbaro.

Un altro grande imperatore che ha fatto delle monete il proprio cavallo di battaglia fu Costantino, il quale fu abile nel mantenere la monetazione aggiornata al suo programma politico, eventualmente ritirando le vecchie emissioni e fondendole per poter, con nuove serie di monete, diffondere nuove idee. Nella sua storia vediamo quindi monete dalle effigi molto variabili, che inneggiano alla guerra o alla pace a seconda del periodo storico, che rappresentano la famiglia imperiale e soprattutto che glorificano i soldati, i quali, all’epoca, erano il fondamento di un impero stabile.

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Frazione di follis in bronzo, 336/337 d.C. Motto “Gloria Exercitus”

Un altro aspetto non ancora trattato è quello religioso. Proprio con Costantino, l’Impero Romano, che fino a quel momento era stato ufficialmente politeista, inizia a virare in direzione del cristianesimo. Questo cambio di credenze religiose si riflette anche sulle monete e simboli come la croce e il cristogramma diventano sempre più comuni.
Nel Medioevo, specialmente in Italia, la diffusione di questa simbologia è vastissima. Nell’Alto Medioevo (476-1000 d.C.) e in particolar modo dopo il regno di Carlo Magno, la maggior parte delle monete in circolazione, a prescindere dal materiale e dal taglio, presentano riferimenti cristiani come la croce, il volto di Cristo, figure del mondo religioso e così via.
Nel Basso Medioevo (1000-1492 d.C.) invece, a queste figure viene spesso affiancato lo stemma della famiglia dominante o comunque un segno distintivo dei sovrani. Esempio ne è la monetazione toscana, caratterizzata dal giglio prima e dallo stemma mediceo poi o quella veneziana, che già intorno al 1300 univa la figura del Doge e quella di S. Marco.

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Ducato veneziano, 1457-1462. S. Marco porge il vessillo al Doge inginocchiato.

Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, a metà del 1400, le notizie iniziarono a viaggiare più rapidamente e le monete persero quel ruolo di principale fonte di propaganda e assunsero un ruolo secondario, di assistenza. La tendenza iniziò ad essere quella dell’autocelebrazione dei sovrani e divenne quindi sempre più frequente la presenza del volto del sovrano su un lato (quello che oggi chiamiamo testa) e del valore nominale della moneta, insieme a qualche tipo di decorazione, sull’altro (che conosciamo come croce, a memoria della monetazione medioevale).

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4 Ducati, 1755. Carlo Borbone e stemma coronato.

In tempi non troppo lontani però, il potenziale comunicativo delle monete è stato riscoperto e sfruttato a pieno per fare propaganda politica. Si parla del periodo dei totalitarismi e dell’indottrinamento, anni in cui penetrare nella mente delle persone era l’obiettivo principale dei governi.
Gli italiani (quelli più abbienti) del 1928 si ritrovarono quindi tra le mani una moneta da 20 lire in argento, di dimensioni e peso notevole, ma soprattutto con dei simboli inequivocabili. A 10 anni dalla “vittoria” della prima Guerra Mondiale, la Regia Zecca di Roma conia una moneta che la commemori e, in linea con il governo fascista, integra quello che forse è il simbolo più comune di quell’epoca, il fascio littorio. Questo tuttavia non è l’unico richiamo al potere fascista; su tutta la monetazione del ventennio troviamo infatti due datazioni diverse, quella del millesimo e quella dell’anno fascista, scritta a numeri romani. La simbologia è poi piuttosto complessa; su monete da vari tagli è possibile vedere l’aquila romana, varie rappresentazioni della vittoria, il grano (simbolo della campagna autarchica di Mussolini), la libertà ecc.

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20 Lire “Cappellone”, 1928. 10 anni dalla vittoria della prima Guerra Mondiale.

Sempre nella prima metà del ‘900, periodo di profondi sconvolgimenti politici, ogni nazione cercava di sponsorizzare i propri ideali con la moneta.
In Francia già era stato adottato il celeberrimo slogan “Liberté, Égalité, Fraternité”, ancora reperibile sugli euro attualmente in circolazione, ma i cambiamenti di ideologia, ancora una volta, sono ben rappresentati da questi piccoli pezzi di storia. Con la nascita della repubblica di Vichy, governata da Pétain, il motto repubblicano fu immediatamente rimpiazzato da un più pragmatico “Travail, Famille, Patrie” e la Marianne fu sostituita dalla francisca, un’ascia gallica che ricorda il Fascio italiano.

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5 Franchi, 1941. Maresciallo Pétain, francisca.

In Russia invece, patria della rivoluzione proletaria, gli ideali comunisti venivano messi in evidenza tanto con la comunicazione verbale quanto con le immagini. In questo rublo d’argento si legge la scritta in cirillico “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, accompagnata dal classico simbolo della falce e martello, mentre sull’altro lato c’è un’immagine da medaglia più che da moneta, che occupa tutto lo spazio in modo da saltare all’occhio; un uomo più anziano, barbuto, si appoggia ad uno strumento agricolo, mentre il giovane indica il sole che sorge vicino ad una fabbrica, simbolo dell’industrializzazione russa che avrebbe portato alla rinascita del Paese.

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1 Rublo, 1924. “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, allegoria rinascita industriale.

Al giorno d’oggi, specialmente con l’introduzione dell’Euro e con la diffusione dei social media, le monete sono tornate alla loro funzione originale di semplice mezzo di scambio. Non vengono più coniate con metalli preziosi, tranne alcune emissioni speciali per collezionisti e tendono a rappresentare dei soggetti stabili. In Italia si è deciso di dedicare le serie divisionali (dal centesimo alla 2 euro) a luoghi, oggetti e personalità particolarmente rappresentative del Paese.
In ordine di valore crescente abbiamo Castel del Monte, la Mole Antonelliana, il Colosseo, la Venere di Botticelli, una scultura futurista di Boccioni, il monumento equestre a Marco Aurelio, l’Uomo Vitruviano e Dante.
A queste monete, che vengono emesse ogni anno con le stesse immagini, vanno aggiunte le monete commemorative da 2 euro, destinate appunto a ricordare un evento particolare. Esempio ne sono quella dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia, quelle degli anniversari del corpo dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco o quelle dedicate ad artisti come Verdi, Boccaccio, Pascoli ecc.
Questo viaggio attraverso la storia della moneta ha voluto presentare qualcosa di nuovo, portando a riflettere su come anche un oggetto così piccolo e comune possa essere stato fonte di informazioni vitali e, a seconda del periodo, asservito a questo o quel governo.
Quando si parla di lingue, bisogna ricordarsi di pensare a tutti gli aspetti della comunicazione, verbale e non. Come detto nell’articolo sui dialetti, lo scopo principale di queste è comunicare un messaggio e il mezzo con cui lo si fa è totalmente indifferente.

“Per una comunicazione efficace, siate brevi. Gesù disse: Seguitemi”.  – Jim Rohn


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