Relazioni internazionali

La muta del dragone

la-muta-del-dragone

A segnare il simbolismo cinese sin dall’età del bronzo è una figura piuttosto controversa: si tratta del drago. Il drago assume accezioni diverse in base alla tradizione a cui si fa riferimento e quella cinese ne attribuisce una del tutto positiva. Il drago cinese, detto “lóng”, rappresenta il potere, la forza impiegata nella difesa dei più deboli e nell’epoca moderna ha iniziato ad acquisire anche una connotazione molto legata alla fortuna e al buon auspicio. In Occidente il drago assume caratteri ben diversi, infatti, storicamente l’Europa è caratterizzata da una lunga lotta contro il drago, basti pensare ai numerosi santi sauroctoni tra i quali l’Arcangelo Michele e San Giorgio sono i più eminenti.

Percorrendo la strada dell’astrazione, la Cina può identificarsi nel drago portatore di forza e saggezza, il quale, progressivamente, si sta trasformando nel più temuto drago “occidentale”, figura inquietante da cui è bene riguardarsi. A prendere le distanze, in realtà, è proprio la Repubblica Popolare Cinese, la quale, attraverso i provvedimenti adottati negli ultimi anni e ancor di più, nelle ultime settimane, ha dimostrato di voler raggiungere un obiettivo duplice: uno manifesto e uno latente. Il primo consiste in un apparente isolazionismo economico posto in essere quasi a voler sbeffeggiare il processo di “occidentalizzazione” e il libero mercato, nel quale, in contraddizione con quanto sbandierato dal Paese, è già ben inserita, avendo ceduto alla tentazione del neocapitalismo, il quale non può limitarsi al solo mercato interno. Il secondo obiettivo, ambivalente in quanto causa e conseguenza del primo, consiste nella crescita di una prestigiosa sfera di influenza attorno a sé, dando vita a nuovi equilibri politici e a più intense relazioni diplomatiche.

La strategia di sviluppo utilizzata dalla Cina trova la sua definizione nell’espressione inglese “kicking away the ladder”, coniata dall’economista sudcoreano Ha-Joon Chang ma già largamente descritta nel pragmatismo economico di Friedrich List, nella prima metà del 1800. Questa azione strategica consiste nell’implementazione di una politica economica protezionistica, un massiccio investimento statale in settori strategici dell’economia e dell’industria rendendo possibile, quindi, il raggiungimento di un livello di sviluppo tale da rivestire un ruolo imponente nell’equilibrio mondiale. Una volta arrivati sul gradino più alto della scala, la si butta via per evitare che qualsiasi altro soggetto politico ed economico possa raggiungere la stessa altezza e, quindi, essere travolto dalla stessa impetuosa onda dell’avanzamento economico.

La combinazione unica della Cina di vasta forza lavoro, salari molto bassi, alta alfabetizzazione, buone infrastrutture e controllo politico sul lavoro rende la concorrenza super competitiva rispetto ai suoi rivali industriali. Questo livello di dominio ha lasciato ben poche briciole agli altri Paesi che auspicavano a questo livello di “avanguardia” politico-economica.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile se la Cina non fosse intervenuta sulla sfera della politica interna e della politica internazionale perché, per quanto possa sembrare paradossale, nel mondo capitalistico in cui è situata, l’azione politica ha inciso in maniera preponderante sulla sfera economica.

UN PAESE DUE SISTEMI

Una Cina due sistemi, ma più in generale un Paese due sistemi, è l’accordo politico proposto da Deng Xiaoping nel 1979, in cui si chiedeva il trasferimento della sovranità di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina. Da quel momento in poi, l’espressione utilizzata ad hoc per questo accordo bilaterale, è stata introdotta nel linguaggio politico internazionale stando ad indicare due punti essenziali: l’affermazione di uno Stato come unico soggetto politico il quale, al tempo stesso, concede maggiore autonomia ad intere aree all’interno del proprio territorio, in termini di ordinamento istituzionale e di sistema economico.

Dopo anni di trattative diplomatiche intense, nel 1997, il Regno Unito ha concesso alla Cina la sovranità di Hong Kong, la quale è divenuta una regione amministrativa speciale. La stessa procedura ha segnato, due anni dopo, anche il destino di Macao. Una gestione ottimale del passaggio di sovranità rientrava nel contesto della cosiddetta “ascesa pacifica”, funzionale alla crescita economica e alla compartecipazione al processo di globalizzazione, rivelatesi alla base del mantenimento degli equilibri geopolitici, garanzia non solo di sicurezza per tutto lo scacchiere asiatico ma anche di ordine internazionale. Questo sistema ha implicato, da un punto di vista sostanziale, la convivenza di un regime socialista, nelle Repubblica popolare in senso lato, e di un regime capitalista, nelle zone amministrative speciali, il quale è stato accompagnato da una rappresentanza democratica, un’organizzazione multipartitica e un sistema giudiziario indipendente.

Il famoso “porto profumato” (traduzione letterale di Hong Kong) ha iniziato a perdere la sua essenza originaria. La Repubblica popolare di Xi Jinping sta cercando di eludere il sistema che garantirebbe una certa autonomia alla regione: ma in che modo?

Nel 2018 la RPC ha inviato un emendamento alla legge sull’estradizione proposta da Hong Kong, costringendo il sistema giudiziario regionale a cedere parte dell’autonomia al governo centrale, il quale avrebbe potuto effettuare processi su specifici reati gravi tra i quali quello di omicidio e di stupro. La dinamica avrebbe comportato l’annientamento del concetto di terzietà, intrinseco all’autorità giudiziaria, in quanto quest’ultima sarebbe diventata totalmente subalterna al regime comunista e alle sue dinamiche. Fortunatamente, dopo una serie di proteste, l’emendamento è stato ritirato.

Il mese scorso, il Partito Comunista ha proceduto verso l’imposizione di una nuova legge sulla sicurezza nazionale della regione speciale, la quale limiterebbe nuovamente l’autonomia giudiziaria ampliando il controllo da parte di Pechino. Il 28 maggio 2020 all’interno dell’Assemblea Nazionale del Popolo, i leader comunisti cinesi hanno motivato questo provvedimento affermando la volontà di combattere la “secessione, la sovversione, il terrorismo e le interferenze straniere nella città”. La nuova legge, ormai approvata, e che potrebbe entrare in vigore “per promulgazione”, quindi bypassando l’assemblea parlamentare locale, prevede anche l’istituzione di agenzie di sicurezza del governo centrale da cui scaturirebbe una nuova ondata repressiva. Le proteste dei cittadini di Hong Kong, a difesa di quel che resta della democrazia locale, puntano all’annullamento di questa proposta di legge, la quale non farebbe altro che privare Hong Kong della sua indipendenza, sottoponendola ad un estremo controllo politico e giudiziario.

hong-kong

L’ISOLA CHE NON C’È

Giorgio Manganelli, scrittore e giornalista, di ritorno da Taiwan, dove si era recato per girare un documentario, l’ha descritta “giuridicamente quanto di più prossimo alla non esistenza sia possibile”. Formalmente la soluzione “una Cina due sistemi” non comprende l’isola di Formosa, il cui governo cerca di discostarsi in maniera sempre più preponderante, esternando la sua autonomia e godendo del riconoscimento diplomatico di ben 24 Paesi. Nonostante ciò, il governo cinese continua a considerarla una regione amministrativa speciale così come lo sono Hong Kong e Macao. L’esclusione di Taiwan da alcuni organismi internazionali (ad esempio l’Organizzazione mondiale della sanità) comporta il ridimensionamento del suo contributo ad importanti processi decisionali nell’ambito politico internazionale, essendo associata dalla restante parte dei Paesi mondiali allo Stato cinese.

taiwan

Uno degli obiettivi da sempre reclamati dall’attuale leader comunista cinese è l’annessione di quella che viene definita la “provincia ribelle”, da sempre democratica, “eccessivamente” indipendente e soprattutto cruciale dal punto di vista economico. La Cina di Xi Jinping ha stretto dei buoni rapporti commerciali con l’isola, tanto che circa l’80% delle esportazioni di Taiwan sono dirette verso lo Stato sinico. Per quanto le mire espansionistiche possano essere obsolete nel mondo in cui viviamo, l’interesse economico della RPC, sotteso a questa presunta annessione, è molto elevato. La domanda che sorge spontanea potrebbe essere: considerando il territorio taiwanese una regione amministrativa speciale, perché lo Stato comunista non tenta una stretta politica come quella imposta ad Hong Kong?

L’AMERICA SORVOLA LO STRETTO DI TAIWAN

Nei giorni scorsi aerei militari americani sono tornati a solcare i cieli dello stretto che divide la Repubblica di Cina dal mainland cinese. Questo tipo di operazione è divenuta frequente da parte degli Stati Uniti D’America ed è necessario attribuirle molta rilevanza dal punto di vista simbolico, in quanto, semplici passaggi di mezzi militari, che siano aerei o navi, sono alla pari di azioni politiche. Servono a inviare il messaggio di presenza e di controllo dell’area. Gli americani sono molto vicini all’isola di Taiwan, tanto che l’amministrazione Trump la individua come cruciale nel quadro della competizione globale con Pechino. L’administration statunitense intende evitare qualsiasi forma di dipendenza politica di Formosa nei confronti della Cina, la quale se mettesse in atto qualsiasi tentativo di annessione, sarebbe pressata dai dazi doganali imposti dagli USA che al momento sembrano essere stati ridotti. L’imposizione di un regime fiscale più conveniente, invece, sulle esportazioni taiwanesi la dice lunga sull’interesse intrinseco all’azione “protettiva” adoperata dal governo americano: il mantenimento dell’equidistanza dalla Cina e da Taiwan, preservando quest’ultimo dall’invadenza del governo di Xi Jinping, al fine di garantire l’autonomia di uno dei suoi più preziosi partner commerciali.

taiwan-divisa

Sembra del tutto evidente la crescente rigidità dei rapporti tra Usa e Cina, i quali sembravano essere stati recuperati dalla recente apertura dei due Paesi ad una collaborazione economica e all’interruzione dei dazi a carico della Repubblica Popolare. In realtà, quello che si sta prefigurando è un clima di competizione spietata per ampliare la propria sfera di influenza, che, oggi, acquisisce sempre più i caratteri di predominanza politica e dominio economico. Definirla una nuova guerra fredda potrebbe ritenersi azzardato ma, quello che è certo affermare, è che i protagonisti cercano di imporsi alla medesima stregua: facendo del soft power l’arma più letale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *