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La nuova Guerra Fredda?

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Aquila o dragone, aquila e dragone: noterelle sulla “nuova Guerra Fredda”
di Enrico Sist

Lianghui, 24 maggio 2020: in una conferenza stampa il ministro degli esteri cinese Wang Li, accusa gli statunitensi di volere una “nuova Guerra Fredda”, replicando in tal modo a The Donald, il quale ora come allora non perde occasione di ribadire come la pandemia in corso sia essenzialmente colpa della lascivia con cui Pechino avrebbe permesso al Covid di espandersi in tutto il mondo, come un tumore fa con le metastasi – similitudine quanto mai adatta peraltro, visti gli enormi danni, umani ed economici, che tale virus ha provocato e, probabilmente, provocherà ancora in giro per il globo.

Le questioni legate alla responsabilità dell’origine del virus lasciamole agli esperti. Ciò che risulta interessante analizzare di tali esternazioni è il linguaggio: siamo davvero dinanzi all’alba di una nuova guerra fredda? Di un mondo diviso fra aquila americana e dragone cinese?

Non è una novità degli ultimi tempi: Cina e Stati Uniti hanno rapporti tesi almeno da 20 anni (non che all’epoca del riavvicinamento – anni ’70-, condotto su iniziativa di Nixon e Kissinger, si amassero particolarmente, s’intende), ostilità latente che s’è mutata in aperto scontro a partire dal grandioso piano infrastrutturale Belt and Road initiative (pudicamente noto come “Nuove vie della seta” – la denominazione esterofila ne nasconde la logica egemonica) a suon, per ora, di dazi e controdazi sull’import/export dei due colossi. Superpotenza economica, militare, culturale ed egemone planetario la prima, superpotenza economica e militare in fieri la seconda, non diremmo sciocchezza se dicessimo che lo scontro (perché scontro, su più livelli, sarà) fra tali due colossi sarà la partita decisiva del nostro secolo: in palio, la titolarità geopolitica planetaria del predetto torno di tempo, e forse anche di quelli successivi.

Tuttavia, a parere di chi scrive, il richiamo alla sfera semantica della guerra fredda non risulta appropriato per descrivere questo confronto – scontro.  Anzitutto, cerchiamo di approssimarci alla definizione che si sta utilizzando: Guerra Fredda. Definiamo con tale termine quel confronto/scontro, giocato praticamente su tutti i livelli dell’umano conoscere ed intendere (economico, politico, ideologico – culturale, militare, addirittura spaziale), fra le due superpotenze emerse vincitrici dal secondo conflitto mondiale e durato per quasi una cinquantina d’anni (1946 – 1991 – dissoluzione ufficiale dell’URSS): Stati Uniti e Unione Sovietica, per l’appunto.

Già qui s’impone una osservazione ovvia, ma assai utile: si tratta di un termine riferito ad un periodo storico ben definito, con le sue contingenze e i suoi funzionamenti, quindi già pretendere d’utilizzarlo in diverse configurazioni appare quanto meno contestabile.

Ma lasciando perdere manie analitiche da storico, ci sono altri punti che non collimano, decisamente più importanti; in brutale, ma efficace sintesi:

1) Sistemi di alleanze: nello scenario, per quanto magmatico, della Guerra Fredda, gli schieramenti politici erano ben riconoscibili ed identificabili, tali per cui v’era un certo qual ordine internazionale a blocchi contrapposti a geografia variabile (addirittura in una delle aree più disastrate di oggi, il Medio Oriente, con l’Egitto di Nasser strumentalmente pro – Urss, Israele di fedeltà americana, Iran prima filoamericano poi, con il colpo di stato di Khomeini, teoricamente giocatore singolo contro il “grande Satana” a stelle e strisce ed infine, ma solo a titolo di esempio, i movimenti palestinesi, di chiare simpatie sovietiche dato l’asse di ferro Washington – Gerusalemme). Nella situazione geopolitica attuale, tali schieramenti sono o inesistenti, o nuovi ma assai vaghi e ondivaghi (es. Five Eyes, 4 di Visegrad per l’ambito occidentale; asse Arabia Saudita – E.A.U. – Egitto per l’oriente…), oppure assai più allentati rispetto al passato: il nostro evo storico si configura come un’epoca di vero e proprio disordine internazionale a livello geopolitico, con stati che agiscono in solitaria, tendenzialmente di sponda, sapendo che quei paesi che contano sul serio (per l’appunto, Stati Uniti e Cina, con terze forze quali Giappone, Federazione Russa e Germania) non hanno la possibilità d’imporre il proprio volere come durante la vera guerra fredda – esempio di tale situazione è l’Europa, che proprio di tale disordine mondiale sta manifestando i contraccolpi peggiori, e Germania in particolare, scissa fra un portafogli che batte prevalentemente per la Cina e un’esperienza storica che, ingombrante, le ricorda l’ombra del gigante oltreoceano (che non a caso ha preso a fidarsi sempre meno dei teutonici).

Insomma, in questo disordine internazionale non sono riscontrabili alleanze di ampio respiro, come potevano essere il patto di Varsavia o il patto Atlantico (la cui presenza oggi è la pallida imitazione di ciò che fu), in un contesto di “tutti contro tutti” dove le alleanze che si riscontrano sono, per l’appunto, legate o alla mera convenienza economicistica, oppure a prossimità antropologiche (es. USA – UK), sempre però fluide ed estemporanee.

2) Sistemi economici: Capitalismo di libero mercato da un lato, Socialismo di pianificazione dall’altro. Queste sono una delle cose che vengono ripetute come un mantra a scuola, quando si arriva (se si arriva) a parlare di guerra fredda, ovverosia la natura reciprocamente incompatibile fra i due sistemi economici delle due superpotenze. Nel mondo di oggi, le cose non si pongono più in tali termini: con l’innesto della globalizzazione, ormai tutti i paesi mondiali (tranne sparute e deboli eccezioni, quali Cuba) si sono convertiti al vangelo capitalistico (se sia un bene oppure no, non è tema qui indagabile), seppur inteso in diversi modi. La Cina in particolare, pur proclamandosi paese comunista, ha un’economia che si può assai più ricondurre ad una forma peculiare di capitalismo di stato; peculiare, giacché i colossi cinesi (Huawei, gruppo Sinopec, PetroChina…) sono liberissimi di esportare in tutto il mondo ed investire, a patto ovviamente di limitazioni da parte del novello Mao e della sua cerchia di eletti, Xi Jinping.  Anzi, possiamo addirittura asserire che, negli ultimi tempi, l’economia cinese e quella americana si sono progressivamente allineate per quanto concerne la gestione degli affari, in un’ottica di maggiore controllo politico delle proprie aziende trainanti (e l’esempio di Zuckerberg con il cappello in mano a chiedere pietà davanti a 44 senatori statunitensi, peraltro scandalosamente ignari circa il funzionamento di Facebook, lo certifica).

Insomma, non sussiste quell’antagonismo economico che era stato uno dei pilastri della vera Guerra Fredda, anzi: oggi economia americana ed economia cinese sono ad un livello d’interconnessione tale per cui l’una è il maggior partner economico dell’altra, e viceversa, tale per cui se una cadesse in un burrone l’altra farebbe fatica a non precipitare con essa. Nulla di più lontano dal rapporto vigente all’epoca fra l’orso sovietico e l’aquila americana.

3) Ideologia: terzo e ultimo elemento essenziale, la Guerra Fredda si caratterizzò per il farsi portatore, l’una e l’altra potenza, di ideologie e culture reciprocamente opposte e in competizione, da un lato il liberalismo americano e dall’altro il messianismo marxista – leninista sovietico. Oggi, in uno scenario dove gli Stati Uniti hanno perso buona parte (per non dire tutto) del loro “capitale morale” (e gli ultimi fatti certo non aiutano) e di disillusioni postmoderne, tale contrapposizione viene sempre meno: certo, v’è il fatto che, in buona sostanza, la Cina si configura come una dittatura dove il monopartitismo regna sovrano, ma ciò non sembra essere in grado di produrre movimenti di contestazione simili, per esempio, ad un Solidarność o Charta 77.

Tirando le somme, non pare dunque accettabile l’utilizzo di un termine quale “nuova Guerra Fredda”, per descrivere tale periodo di stridenti frizioni internazionali, e non solo per motivi analitici: il rischio è quello di, utilizzando tale terminologia, prospettare soluzioni e paradigmi ancorati a tale epoca, che potrebbero potenzialmente essere controproducenti per affrontare un periodo, il nostro, che più che mai necessita di innovative soluzioni e sintesi.

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