Letteratura

L’Onda degli Ossi di Seppia

onda ossi di seppia

Il mare ci può cullare e un secondo dopo inghiottire. Quale migliore metafora per spiegare la duplice faccia della natura? Seppero utilizzarla bene Katsushika Hokusai ed Eugenio Montale, due artisti geograficamente agli antipodi ma vicini grazie a una concezione comune: non è la natura ad appartenere a noi, ma noi a Lei.

Di Francesca Bengiovanni

Shoganai è una di quelle parole giapponesi pregne di significato e manchevoli di precisi corrispettivi nelle altre lingue. Questa, in particolar modo, acquisisce una rilevante importanza nel momento in cui una persona si sente povera di potenza volitiva. Giustappunto, viene tradotta per lo più con la seguente espressione: ciò che viene accettato perché non può essere evitato. Probabilmente, i protagonisti dell’ormai notissima xilografia l’Onda di Kanagawa di Hokusai hanno pensato proprio: shoganai! rendendosi conto dell’inevitabile disastro.

Dando anche uno sguardo veloce all’opera si può avvertire immediatamente un senso di impotenza e di vulnerabilità, di pericolo.  Se avessimo la possibilità di catapultarci nel Giappone del 1888 vedremmo Hokusai, l’artefice dell’opera, intento a cercare di unire in un solo simbolo la forza della natura, l’impotenza dell’uomo e la propria solitudine.

Noi avremmo mai pensato a un’onda?

Probabilmente no; il mare è un luogo che per la maggior parte di noi ha una valenza positiva perché ci ricorda la libertà della “buona stagione” che si aspetta, intrepidamente, per nove mesi. La scelta di Hokusai, infatti, è comprensibile facendo riferimento alla condizione dei giapponesi tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900: uomini desiderosi di andare oltre le barriere che loro stessi costruirono per difendersi dallo straniero. Un paradosso! Eppure il pittore seppe concepire un connubio perfetto tra le due sensazioni contrastanti: degli uomini al largo fermati da un’onda anomala.

 L’onda è perfetta, tant’è che molti hanno denominato l’opera come La Mano, perché il mare sembra stia trasportando le imbarcazioni affinché i naviganti stiano lontani da quel che non conoscono, restando sulla terraferma e su quello che ci è concesso calpestare. Imperturbabile a guardare la scena c’è la montagna, altra spia di quanto la natura stia egoisticamente nel suo, ripagando l’uomo con la sua stessa moneta: l’indifferenza. Ed ecco che la forza della natura, l’impotenza dell’uomo e la propria solitudine si fondono in questa incisione, scardinando la consueta concezione del mare e, se vogliamo, della natura stessa.

 Se tutto ciò è vero, è vero anche che per quanto il sentire di una nazione sia peculiare, è sempre frutto di un clima generale che si protrae nel tempo e tra le persone. Spesso, infatti, le situazioni esterne e condivise da tutti scardinano gli scenari dell’interiorità, lasciando disastri che non tutti gli uomini risanano con gli stessi metodi e tempi. Facendo un salto temporale e spaziale – e perdonatemi se chiedo questo sforzo di immaginazione! – nel 1925 Eugenio Montale, impossibile da incasellare in una sola corrente letteraria, fece confluire gli elementi sopracitati (la forza della natura, l’impotenza dell’uomo e la propria solitudine) in una sua raccolta: Ossi di Seppia.

 Ossi di Seppia è l’opera che Montale scrisse in gioventù, dando un messaggio chiaro sin dal titolo. Egli attraverso questa immagine volle indicare la situazione privilegiata del mare che non deve confrontarsi con il terrore e la banalità degli esseri umani e che, anzi, rifiuta l’uomo rigettandolo sulla sabbia ardente, come, appunto, gli ossi di seppia. Montale sognava quella realtà esclusiva, la bramava, ma sapeva dentro di sé che era destinato a una vita di disillusione e di male e di non poterla cambiare.

 Innumerevoli sono le poesie presenti nella raccolta e analizzarle una per una sarebbe impossibile, ma una è emblematica in quanto rappresenta fedelmente, più o meno cinquant’anni dopo e in una situazione storica che odora di Fascismo, le stesse sensazioni di Hokusai. La poesia in questione è Agave sullo Scoglio che oltre tutto, rispecchia uno dei grandi temi montaliani, ovvero la contrapposizione tra mobile e immobile. Infatti, il mare nelle poesie che precedono questa in esame è sempre descritto come tranquillo e sereno, come un calmante, ma qui diventa una matrigna e, a dimostrazione di ciò c’è proprio l’immagine del movimento confuso e intimidatorio. Montale lo descrive così:

oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

Egli sostiene di essere l’agave, quella pianta dalle foglie ruvide ricoperte da spine, e di star abbracciando lo scoglio per non essere inghiottito dal mare.

Una volta inghiottito da esso, che diventa metafora di quel che di negativo c’è nella vita, verrà rigettato nuovamente sulla sabbia e quindi non si allontanerà dal male. Ciò gli impedirà di far sbocciare quei fiori che una volta sola crescono sull’agave prima che muoia e quindi di portare avanti una vita completamente felice. Per quanto si sforzi, l’autore sa di non poter fare niente contro l’inevitabile destino, capisce che non potranno sbocciare i suoi fiori e anche l’immobilità gli arreca sofferenza, tanto che il componimento finisce così:

⟮..⟯oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

Si trova inevitabilmente in una condizione di angoscia e il primo luogo a cui ha pensato è stato il mare, caratteristico del territorio da cui proviene e che è stato lo sfondo imperturbabile del giovanile disincanto del poeta. Furono gli anni puerili a sviluppare in Montale tanto un’idealizzazione del mare e quindi della natura, quanto la consapevolezza di non poter vivere la sua stessa condizione. L’unica cosa che potrà ricevere il poeta, e questo gli fu ben noto, è un rifiuto, come d’altra parte l’hanno ricevuto i naviganti della xilografia di Hokusai.

Montale e Hokusai non si conobbero mai, ma l’arte e la paura non conoscono confini e capita che, più spesso di quanto immaginiamo, viaggiano insieme e giungono da qualcuno che per sconfiggere l’una, la paura, utilizzi l’altra, l’arte. Sia l’incisore giapponese che il poeta italiano utilizzarono la stessa metafora per descrivere, il primo più generalmente e il secondo individualmente, la poca forza dell’uomo dirimpetto alla natura in due situazioni storiche particolari. Tanti altri hanno combattuto in questa guerra munendosi delle proprie abilità artistiche e a dispetto di quello che si potrebbe pensare, il nemico contro cui andavano non era la natura, seppur sia stata descritta nelle sue peggiori forme, ma l’uomo. Lo stesso che un secolo più tardi sta perdendo questa guerra, non capendo che se la natura perde insieme a Lei perdiamo anche noi.

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